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Wall Street frena tra tensioni USA-Iran

Saverio Berlinzani
April 21, 2026

WALL STREET RALLENTA

 

Lieve calo per i mercati azionari USA nella seduta di ieri, una price action che ha posto fine a una striscia positiva di tre settimane.

 

La giornata è stata caratterizzata da tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran, che hanno creato dubbi sulle reali prospettive di pace in Medio Oriente, minacciando l’approvvigionamento energetico.

 

L’S&P 500 e il Nasdaq 100 hanno perso rispettivamente lo 0,16% e lo 0,30%, mentre il Dow Jones è sceso di circa lo 0,08%.

 

Il presidente Trump ha segnalato che l’attuale cessate il fuoco con l’Iran non sarà prorogato oltre mercoledì, mantenendo probabilmente i blocchi navali imposti dai due contendenti alle navi commerciali che attraversano lo Stretto di Hormuz ed entrano nel Golfo di Oman, dove è situato il blocco navale USA.

 

I titoli tecnologici a maggiore capitalizzazione hanno guidato il ribasso. Broadcom e Meta hanno perso oltre il 2%, mentre Microsoft, Nvidia e Alphabet hanno ceduto più dell’1%.

 

In particolare, Tesla ha annullato i guadagni iniziali, chiudendo in ribasso del 2% in vista della presentazione dei risultati trimestrali di questa settimana, la prima tra le “Magnificent 7”.

 

PETROLIO

 

Nonostante la tensione non sia diminuita, le speranze di un nuovo accordo sembrano rinnovarsi. Ciò è stato sufficiente a far scendere il prezzo del petrolio, con il WTI avvicinatosi agli 86 dollari al barile.

 

Il movimento è avvenuto in seguito alle notizie secondo cui l’Iran invierà una delegazione a Islamabad per un secondo round di negoziati con gli Stati Uniti.

 

Tecnicamente, il supporto chiave è posizionato a 79,50. Una sua violazione al ribasso riporterebbe i prezzi su livelli pre-guerra, con obiettivi in area 65–70 dollari.

 

VALUTE

 

Lunedì l’indice del dollaro è rimasto pressoché invariato in area 98,00, oscillando vicino ai livelli pre-conflitto della scorsa settimana e restituendo gran parte dei guadagni iniziali della sessione asiatica.

 

Gli investitori restano concentrati sull’escalation delle tensioni in Medio Oriente e su una nuova battuta d’arresto nei negoziati di pace, anche se permangono speranze di nuovi colloqui.

 

Sul fronte dei cambi permane quindi una bassa volatilità e uno scarso interesse, con i principali rapporti di cambio confinati in range giornalieri di 30–40 pips, privi di momentum e incapaci di fornire indicazioni precise sui prossimi movimenti.

 

Le correlazioni continuano a essere controverse. Il biglietto verde tende a salire in risk off perché il contesto bellico ne rievoca il ruolo di valuta “alla Bretton Woods”. Tuttavia, il dollaro potrebbe rafforzarsi anche in caso di fine del conflitto, poiché un ritorno dell’attenzione ai dati macro renderebbe comunque la valuta USA più appetibile rispetto alle concorrenti, considerando la maggiore resilienza dell’economia statunitense.

 

Lo yen resta a ridosso di quota 159,00, con una BoJ totalmente assente. Il franco svizzero è invece tornato a rafforzarsi, costringendo l’euro sotto 0,9200.

 

Le valute oceaniche risultano in ripresa, con l’AUD/NZD che sembra avviato a rompere al ribasso dopo una lunga e prolungata fase rialzista.

 

GOLD

 

L’oro ha perso fino al 2% prima di recuperare parte delle perdite e attestarsi intorno ai 4.800 dollari l’oncia nella giornata di lunedì, annullando i guadagni della settimana precedente.

 

Il movimento è avvenuto a seguito del riaccendersi delle ostilità nello Stretto di Hormuz, che in una prima fase aveva spinto al rialzo i prezzi del petrolio, intensificando i timori inflazionistici.

 

Durante l’ultima escalation, il presidente Trump ha dichiarato che la Marina statunitense ha aperto il fuoco e sequestrato una nave mercantile battente bandiera iraniana dopo che aveva ignorato l’ordine di fermarsi in uscita da Hormuz. Teheran ha a sua volta preso di mira alcune imbarcazioni e riaffermato il controllo sullo Stretto, sostenendo che il blocco statunitense contro le navi legate all’Iran violasse l’accordo di cessate il fuoco.

 

Nel frattempo, Trump ha indicato che esiste ancora la possibilità di un accordo in vista di un nuovo ciclo di colloqui in Pakistan, sebbene l’Iran veda poche prospettive concrete di un’intesa.

 

Il protrarsi del conflitto ha innescato uno shock storico dell’offerta energetica, aumentando i rischi di inflazione e la probabilità di ulteriori rialzi dei tassi di interesse da parte delle banche centrali, fattori che hanno penalizzato l’oro.

 

Il metallo prezioso resta in calo di quasi il 10% dall’inizio della guerra. Da segnalare, inoltre, la drastica diminuzione della volatilità dopo i fuochi d’artificio del mese di gennaio e in seguito all’aumento dei margini presso il CME, che ha ridotto l’uso della leva finanziaria da parte dei grandi player.

 

Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

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