AZIONARI IN RIBASSO
Nella seduta di giovedì 23 luglio 2026, Wall Street ha chiuso in forte ribasso, trascinata dal crollo del comparto tecnologico e dai timori legati all'impennata del prezzo del petrolio verso i 100 dollari al barile.
Il Nasdaq ha chiuso a -2,15%, affondato dalle vendite sul settore tech, mentre l'S&P 500 ha registrato un -1,24%, appesantito dai dubbi sulla redditività dei massicci investimenti nell'intelligenza artificiale. Il Dow Jones ha invece terminato la seduta a -0,95%, mostrando una maggiore tenuta relativa, ma chiudendo comunque in territorio negativo.
Le vendite hanno colpito duramente Tesla e Alphabet, la società controllante di Google, dopo la pubblicazione dei rispettivi risultati societari. Gli investitori manifestano crescenti timori sulla reale redditività, nel breve termine, degli enormi capitali investiti nell'intelligenza artificiale.
Il prezzo del greggio è schizzato verso i 100 dollari al barile a causa delle forti tensioni geopolitiche nell'area del Mar Rosso. Questo rialzo ha riacceso lo spettro dell'inflazione e di politiche monetarie più restrittive.
Gli analisti temono che utili solidi non bastino più a giustificare multipli azionari così elevati, innescando una crescente prudenza sui mercati.
GIAPPONE, INFLAZIONE IN RIALZO
Il tasso d'inflazione annuale in Giappone è accelerato all'1,7% a giugno 2026, rispetto all'1,5% del mese precedente, registrando il valore più elevato da dicembre.
L'aumento è stato determinato in larga parte dal rallentamento della discesa dei prezzi dell'elettricità e del gas, a seguito della riduzione dei sussidi energetici governativi.
Le pressioni sui prezzi si sono intensificate in diversi settori, in particolare nei trasporti, saliti al 2,4% dall'1,9% di maggio, e nell'assistenza sanitaria, cresciuta all'1,3% da una precedente situazione di stabilità. L'inflazione dell'abbigliamento è invece rimasta invariata all'1,7%.
Per quanto riguarda gli alimentari, i prezzi sono aumentati del 3,2% su base annua, rallentando rispetto al 3,5% di maggio e registrando il ritmo di crescita più debole da luglio 2024. A incidere è stato soprattutto il calo dei prezzi del riso per il secondo mese consecutivo.
L'inflazione core, che esclude alimentari ed energia, è salita all'1,6% dall'1,4%, in linea con le aspettative del mercato e al livello più alto da marzo.
Lo yen (JPY) resta sui minimi degli ultimi quarant'anni, incapace di reagire in assenza di interventi della Bank of Japan, che sembra accettarne la svalutazione competitiva.
PETROLIO
Nel corso della notte, il WTI è stato scambiato oltre i 92 dollari al barile ed è sulla buona strada per guadagnare più del 12% nell'arco della settimana, mentre l'escalation delle tensioni in Medio Oriente alimenta i timori di nuove interruzioni delle forniture globali.
Gli Stati Uniti hanno lanciato il tredicesimo giorno consecutivo di attacchi contro l'Iran, con entrambe le parti che hanno escluso la possibilità di colloqui nel breve termine.
Il presidente Trump ha inoltre minacciato «gravi punizioni militari» contro l'Iran e gli Houthi in caso di ulteriori attacchi alle navi mercantili nel Mar Rosso, dichiarando di stare valutando anche un «attacco massiccio» contro Teheran.
Le dichiarazioni sono seguite agli attacchi dei militanti Houthi, sostenuti dall'Iran, contro due petroliere saudite nel Mar Rosso, una rotta di esportazione alternativa fondamentale per l'Arabia Saudita. Nel frattempo, i combattimenti continuano a ostacolare il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz.
Ad aggravare la situazione sul fronte dell'offerta, il Consorzio dell'oleodotto Caspian Pipeline ha sospeso le operazioni di carico presso il terminale sul Mar Nero in seguito agli attacchi alle petroliere, interrompendo circa l'80% delle esportazioni petrolifere del Kazakistan.
La tensione resta elevata e, al momento, non emergono segnali concreti di dialogo che possano far sperare almeno in una tregua.
ORO IN DISCESA
Nella sessione asiatica, i prezzi dell'oro sono scesi verso quota 4.030 dollari l'oncia, estendendo il calo di quasi il 2% registrato nella seduta precedente.
L'impennata dei prezzi del petrolio, alimentata dall'escalation del conflitto in Medio Oriente, ha rafforzato le aspettative di una politica monetaria statunitense più restrittiva.
Il presidente Donald Trump ha minacciato un'azione militare più incisiva contro l'Iran e ha promesso di ritenere Teheran responsabile di qualsiasi futuro attacco degli Houthi alle navi mercantili nel Mar Rosso. Queste dichiarazioni hanno contribuito a spingere il Brent oltre i 95 dollari al barile per la prima volta da maggio.
L'aumento dei prezzi energetici ha alimentato i timori inflazionistici, incrementando le aspettative di una Fed più aggressiva e mettendo sotto pressione gli asset che non offrono rendimento, come l'oro.
Inoltre, il rafforzamento del dollaro, storicamente correlato in modo inverso all'andamento del metallo prezioso, contribuisce a sostenere uno scenario ribassista per il gold.
Dal punto di vista tecnico, il livello da monitorare rimane area 3.885 dollari, considerata un supporto chiave.
Nel frattempo, il mercato attribuisce una probabilità del 34% a un aumento dei tassi da parte della Fed già nella prossima riunione, mentre le probabilità di un rialzo a settembre sono salite oltre l'81%.
A ciò si aggiunge l'incertezza generata dai nuovi dazi statunitensi, compresi tra il 10% e il 12,5%, sulle importazioni provenienti dai principali partner commerciali. Nonostante la debolezza delle ultime sedute, l'oro si avvia comunque a chiudere la settimana con un modesto guadagno.
VALUTE
Sul mercato valutario si respira un clima particolarmente teso, concentrato soprattutto sul cambio USD/JPY, la cui price action sembra ormai essere stata ignorata dalla Bank of Japan, nonostante le promesse di intervento formulate nei mesi scorsi.
Lo yen ha continuato a indebolirsi e il cambio USD/JPY è salito fino a sfiorare quota 164,00. A sorprendere è soprattutto l'assenza di dichiarazioni ufficiali da parte della BoJ che, nel recente passato, erano state sufficienti a condizionare il mercato e a contenere l'eccessiva volatilità.
Oggi sembra invece che la banca centrale giapponese sia disposta a tollerare ulteriori indebolimenti della valuta, forse anche per scoraggiare le numerose posizioni speculative rialziste sullo yen accumulate negli ultimi mesi.
Nel frattempo, l'EUR/USD è sceso fino a un minimo di 1,1364 e potrebbe perdere ulteriore terreno verso area 1,1320.
Il dollaro continua quindi a mostrarsi particolarmente forte nei confronti delle principali valute mondiali, mentre le dinamiche di mercato rimangono complessivamente sotto controllo, fatta eccezione per la valuta giapponese.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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